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23 luglio 2013

Katniss Everdeen

Un paio di settimane fa ho scoperto per caso l'esistenza di una trilogia di fantascienza appartenente al genere Young Adult. Il periodo di stress lavorativo mi ha indotto a lanciarmi in una lettura (che pensavo) d'evasione. E non ho più smesso finché non mi sono bevuto le non pochissime pagine dei tre romanzi.


Il fatto è che da un lato ho avuto tra le mani una storia scorrevolissima, intrisa di colpi di scena e continue svolte narrative, insomma la classica macchina letteraria costruita in modo "industriale" al preciso scopo di catturare il lettore. Ma dall'altra mi sono reso conto che, dietro questo livello base - quello della letteratura commerciale per Young Adult, appunto - emergeva un sottotesto di una certa profondità e comunque di grande durezza, e ben poca speranza a dispetto di un apparente lieto fine.

Terminata una lettura che definirei compulsiva, durante la quale ogni momento era buono per ripensare alle vicende di Katniss Everdeen, ho tentato di capire e riflettere su questo effetto totalizzante che un ultracinquantenne come me non dovrebbe subire. Un romanzo pensato per far identificare nei personaggi una ragazzina di quindici anni di oggi, non dovrebbe fare lo stesso effetto a chi ritiene che la letteratura sia Le illusioni perdute di Balzac, Guerra e pace, Moby Dick, La chiave a stella di Primo Levi e Le città invisibili di Calvino. E che la fantascienza sia Fahrenheit 451 o La svastica sul sole.

Così, ho provato a cercare in rete recensioni e opinioni sulla trilogia, trovando molto - ovviamente - anche sul film tratto dal primo romanzo, che è divertente e ben costruito ma, a parte qualche conturbante inserto sui distretti visti come campi di concentramento - racconta solo il primo livello della storia.

Recensioni che possono dividersi grosso modo in tre categorie:

· osanna adolescenziali, prevalentemente femminili, nei quali si esalta la scrittura, il carattere complesso ma entusiasmante della protagonista, la passione dei personaggi e della storia, e si rileva come lo spunto del reality show televisivo portato a conseguenze mortali sia una di quelle cose che fa riflettere;

· recensioni "tecniche" scritte da appassionati del genere, tendenzialmente molto positive per la costruzione narrativa e la capacità di modificare e rendere originale una spunto narrativo (il reality mortale) in realtà niente affatto nuovo; anche qui, la chiave interpretativa prevalente è quella televisiva: la società mediatica, la televisione che si sostituisce alla realtà, ecc.;

· stroncature scritte da lettori adulti, tutte più o meno incentrate sulla presunta banalità dello spunto e sulla qualità della storia d'amore del terzetto Katins Gale Peeta.

Detto che, onestamente, ho trovato le stroncature molto meno interessanti e motivate per capire la trilogia, perfino rispetto a certi osanna adolescenziali oggettivamente ingenui, osservo che questo mondo distopico degli Hunger Games è qualcosa di più e di peggio di un mondo nel quale per tenere a bada possibili rivolte si fanno circensi televisivi mortali - in fondo, nulla di diverso dai gladiatori romani.... E quel qualcosa di più è ciò che fa di questa trilogia un pugno nello stomaco per chi voglia vedere, al di la della superficie standardizzata da prodotto commerciale di alto livello.

La macchina narrativa, infatti, è messa al servizio di una tesi terribile: il potere è senza redenzione, sempre. È sempre cattiveria e sopraffazione. I buoni del distretto 13 non sono migliori dei cattivi di Capitol City, perché il loro movente è comunque il governo e il potere. Gale, l'amico di sempre di Katniss che inventa armi e finisce per contribuire all'uccisione di Prim, l'amata sorella minore, è l'eterogenesi dei fini, la dimostrazione che i mezzi finiscono per distruggerti e cambiarti. Tutti usano tutti in una relazione di potere alla quale Katniss tenta inutilmente e continuamente di sottrarsi per tutta la vicenda. Il buonissimo Peeta, in mancanza di possibilità di integrarlo nella crudeltà del potere in modo "naturale", viene forzato con tecniche di tortura e, alla fine, anche lui è trasformato. E praticamente tutti i personaggi tranne il presidente Snow sono ambiguamente sospesi fra bontà e cattiveria, ingabbiati nei ruoli loro assegnati dalle diversissime (ed estreme, siamo in un mondo di fantasia) convenzioni sociali. Una come Katniss, cacciatrice di frodo per sopravvivere, non può che ribellarsi, ma sa che la ribellione è inutile.

Alla fine, l'apparente lieto fine non fa che confermare una sconfitta. Il massimo che puoi fare è trovare uno spazio per la tua vita privata negli interstizi della storia e della tragedia umana. Se ti va bene, approfitti di qualche periodo di pace e tiri avanti, costruendoti una felicità privata (e in questo senso è bella e struggente l'idea del libro della memoria scritto da Katniss e illustrato da Peeta, perché almeno il ricordo dell'orrore ma anche della qualità umana delle persone non sia perduto). Ma se alzi lo sguardo ti accorgi che la giustizia non è di questo mondo.

In breve, è un romanzo sulla sconfitta della politica come mezzo per dare una vita migliore alle persone, e sulla convinzione che l'unica politica realmente esistente è quella che serve a conservare il potere. E, aspetto anche più deprimente, è un romanzo che racconta una sconfitta della politica come agente di cambiamento anche ben al di là delle motivazioni nobili e delle speranze di chi la pratica. Puoi partire con le migliori intenzioni, ma il potere ti cambierà, sempre.

PS. Ho scoperto un intero mondo di distopie ed eroine distopiche, un immaginario cupo e spesso dozzinale e consolatorio. Significherà qualcosa che queste storie si diffondano a macchia d'olio, siano grandi successi e diventino industria....


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permalink | inviato da corradoinblog il 23/7/2013 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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