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23 settembre 2013

Il mistero del ticket


Stamattina sono andato in un noto laboratorio d’analisi convenzionato vicino a casa mia, per fare un bel po’ di analisi del sangue, controlli di routine ordinati dal medico, portando con me le buone vecchie impegnative. Al momento di pagare il ticket, la gentile impiegata mi dice che se invece del ticket pago come privato con le loro tariffe, spendo di meno.

Ovviamente accetto: l’impiegata procede, mi fa il conto e mi stampa regolare fattura.

Più tardi penso a cosa c’è dietro a questa bizzarra situazione.

Primo fatto: naturalmente il risparmio non è enorme, ma comunque resta il fatto che la tariffa piena richiesta da un soggetto privato è inferiore al ticket richiesto dal servizio sanitario pubblico. E il ticket dovrebbe essere una quota del costo, un contributo utile a fare politiche di orientamento della spesa sanitaria, non a coprire integralmente il costo del servizio. Altrimenti, perché si paga l’IRAP, se il 100% del servizio si paga direttamente?

Secondo fatto: assunto che il laboratorio privato non fa beneficenza, si suppone che abbia un vantaggio a fare prezzi minori del ticket. In pratica, si tratta di finanza e, tanto per cambiare, dietro c’è nascosta una probabile inefficienza pubblica. Pagando il ticket, l’incasso non va al laboratorio ma alla Regione, che poi rifonderà il laboratorio con i tempi biblici tipici della pubblica amministrazione, e generando per il laboratorio, oltre agli oneri finanziari, tutti i costi operativi necessari a seguire il recupero crediti. Se pago direttamente, il laboratorio ha a disposizione liquidità immediata. Anche fosse qualche percento in meno, avrà fatto un buon affare.

***

Ricapitolando: il livello dei ticket nel Lazio, almeno per alcune prestazioni, eccede il costo di produzione della prestazione (forse, eccede perfino il costo più un buon mark-up). E probabilmente, per quelle stesse prestazioni, il costo standard riconosciuto a laboratori pubblici e convenzionati è inferiore o al massimo uguale al valore del ticket, il ché è veramente bizzarro, per non dire di peggio.

Direi che c’è qualcosa che non va.






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18 settembre 2013

Semplificazioni

Quando si parla di semplificazione, o di fisco amico del cittadino, sarebbe utile scendere coi piedi sulla terra. Perché arrivare a un fisco semplice non è tecnicamente impossibile, anzi è relativamente facile. Ma è difficilissimo dal punto di vista organizzativo e, soprattutto, dal punto di vista della difficoltà di far retroagire le soluzioni tecniche verso soluzioni giuridiche coerenti ed efficaci.

In altri termini, se il legislatore continuerà a disegnare norme bizzarre senza preoccuparsi minimamente della loro possibile implementazione tecnica, saremo sempre costretti alternativamente a investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa, o a restare nel pantano dell’ufficio complicazione affari semplici.

Mi spiego con un esempio concreto, sulla mia pelle. Un esempio minuto e irrilevante rispetto a problemi di disegno del sistema fiscale ben più grandi, ma che ritengo lo stesso molto significativo in chiave di logica di sistema.

Nel 2009 ho cambiato lavoro e, quindi, ho ricevuto dalla mia vecchia azienda il pagamento del TFR. Il TFR è soggetto a tassazione separata in modo da non cumularsi con il reddito corrente dell’anno. Si tratta di una condizione di favore, coerente con la logica di questo istituto. La tassazione, come al solito, viene effettuata alla fonte dal datore di lavoro, che ti liquida l’importo e ti trattiene l’imposta che poi versa all’erario.

Tutto bene, quindi?

No, perché l’aliquota per tassare il TFR è calcolata sulla media dei tuoi redditi imponibili degli ultimi quattro anni, che il datore di lavoro non conosce. Il datore di lavoro infatti conosce solo il tuo reddito da lavoro, e solo quello maturato con lui. Quindi se hai una casa, o se hai qualche altra fonte di guadagno anche piccola, o se negli ultimi quattro anni hai avuto due datori di lavoro, ti tasserà il TFR per un importo inferiore da dovuto.

Dopo un periodo ignoto (dopo circa quattro anni, qualche giorno fa, nel mio caso), arriva la comunicazione dell’agenzia delle entrate dell’importo aggiuntivo dovuto come tassazione del TFR, con allegato bollettino, prospetto (complicatissimo e misterioso, ça va sans dire) e spiegazioni, e il termine di pagamento oltre al quale arriverebbe la cartella esattoriale Equitalia con interessi di mora ecc.

L’importo aggiuntivo da pagare, nel mio caso, non è gran cosa (anche se in periodo di tasse universitarie e corsi di lingua dei figli non è il massimo della felicità). Ma questo modo di procedere è, secondo me, il perfetto esempio di un fisco oggettivamente nemico del contribuente. Questo metodo infatti impedisce qualsiasi pianificazione, dà la sensazione che, in momenti del tempo del tutto imprevedibili, ti possano arrivare cartelle esattoriali o richieste di pagamento dal fisco, senza che tu possa minimamente prevederle (non c’è solo il caso del TFR nel quale il fisco funziona così).

E invece, è proprio la prevedibilità dei comportamenti che servirebbe, un quadro certo nel quale muoversi.

***

Facciamo un passo avanti, per vedere dove sta il problema e come risolverlo.

Il problema

Il problema sta nel fatto che il legislatore che ha stabilito la modalità di tassazione del TFR non si è minimamente posta la questione dell’implementazione del processo. Anzi, si è inventato un metodo che, inevitabilmente, impone un intervento ex-post dell’Agenzia delle entrate. Risultati evidenti: per il cittadino, imprevedibilità, mancanza di chiarezza, fisco “nemico”. Per l’amministrazione: necessità di implementare l’ennesima procedura, di inviare lettere, eventualmente di procedere alla riscossione coatta con Equitalia, ecc.[1].

Le soluzioni

La soluzione ovvia sarebbe, in questo come in altri casi, cambiare la legge semplificandola, pensando anche al modo migliore per calcolare velocemente, immediatamente e con sicurezza il dovuto. A occhio, se tassazione separata deve restare, e se il datore di lavoro è sostituto d’imposta, bisogna tornare a un metodo di calcolo i cui componenti siano per definizione tutti noti al datore di lavoro. Non credo proprio che sia impossibile.

La seconda soluzione è nella categoria “investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa” di cui dicevo all’inizio. A norma invariata, visto che i dati sui redditi e le aliquote medie degli anni passati sono in possesso dell’Agenzia, sarebbe sufficiente un bel web service messo a disposizione del datore di lavoro da parte dell’Agenzia. Il datore accede al sito dell’Agenzia, inserisce i dati del lavoratore (il codice fiscale) e l’importo del TFR lordo da liquidare, e l’Agenzia calcola il dovuto e comunica il valore dell’imposta da detrarre.

***

Mi fermo. Perché non voglio infierire. Per esempio, avete mai capito fino in fondo la faccenda dell’anticipo Irpef? Lo so, in pratica devi pagare tutto (il 90%) già l’anno prima e, lo so, non sarà facile uscirne vista la fame di liquidità dello Stato. Ma anche questo non è un altro esempio di scarsa chiarezza?



[1] a proposito, visto che io ho una casella di posta certificata appositamente per comunicare con la pubblica amministrazione, e la pubblica amministrazione lo sa (la PEC gratuita del cittadino è emessa dalla PA), perché l’Agenzia delle entrate mi ha mandato la solita raccomandata di carta e non mi ha scritto via posta elettronica?



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permalink | inviato da corradoinblog il 18/9/2013 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 settembre 2013

Sovvertire l'ordine automobilistico



Leggo che la Metro C fino a San Giovanni forse sarà pronta per il 2015, mentre per il Colosseo bisognerà aspettare fino al 2020. Poi leggo che Marino ipotizza di riuscire a chiudere anche a taxi e bus il primo tratto di via dei Fori entro il 2015, mentre per la pedonalizzazione di tutta la strada “bisogna aspettare di avere la Metro C almeno fino a piazza Venezia”. Cioè oltre il 2020.

Auspicherei, dal mio sindaco, ben altro coraggio nel sovvertire l’ordine automobilistico costituito. Non vorrei si fosse già impaurito per le solite, deprimenti urla dei commercianti e dei romani con il sedere a forma di sedile d’automobile.

Per piazzare una rotaia su tutta via dei Fori e congiungere l’attuale capolinea dell’8 con le rotaie del 3 a via Labicana – poco più di un chilometro – bastano a voler esagerare due anni di lavoro. Per acquistare una ventina di jumbo tram basta ancora meno, come ci vuole solo organizzazione e intelligenza progettuale per riorganizzare le linee di tram, una volta che le rotaie siano connesse fra loro grazie al tratto dei Fori. E non servono risorse infinite, sicuramente molto meno di quanto la società Metro C, con i suoi ignobili ricatti, continua a spillare all’erario. La Metro C, prima o poi seguirà, ma non si vede perché impiccarsi da soli dietro le difficoltà oggettive di una grande opera.


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