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		appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri, 
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  <updated>2012-05-11T11:11:40Z</updated>

    
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        <title type="html"><![CDATA[Un Paese sull'orlo di una crisi di nervi]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><span style="font-family: Tahoma; font-size: medium; ">All'unisono, i miei colleghi, qualunquisti (stile "i politici sono tutti uguali"), o "di sinistra" che siano, ritengono nell'ordine che:</span></div><div><ul><li style="text-align: justify;"><span style="font-family: Tahoma; font-size: medium; ">comunque Grillo e i grillini sono meglio della merda attuale</span></li><li style="text-align: justify;"><span style="font-family: Tahoma; font-size: medium; ">meglio provare uno nuovo, almeno non si sa se farà bene o male, mentre i partiti attuali non possono che fare male - tutti, ovviamente</span></li><li style="text-align: justify;"><span style="font-family: Tahoma; font-size: medium; ">i governi degli ultimi vent'anni, destra o sinistra che siano, non hanno risolto nulla e hanno solo rubato</span></li></ul></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3">La chiosa dei colleghi "di sinistra": comunque anche se vince la sinistra non è una soluzione, perché Bersani non ha la soluzione.</font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3"><br></font></div><div style="text-align: center;"><font face="Tahoma" size="3">*****</font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3">In breve, niente riflessione, niente capacità di distinguere almeno un po', di usare una qualche tonalità di grigio nella valutazione in totale bianco e nero, buono o cattivo, del mondo. Nessuna capacità di dare una valutazione storica appena più complessa di un totale rifiuto.</font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3">E non è gente priva di informazioni e di cultura.</font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma" size="3">La possibilità che gli italiani si affidino all'ennesimo uomo della provvidenza è altissima, anche se questa nuova versione dell'uomo della provvidenza ha in se alcuni anticorpi che potrebbero evitarci la triste deriva. Ma, quel che è certo, ormai tutta la classe dirigente del PD visibile <em>oggi</em>&nbsp;in televisione non è e non sarà più credibile. Se il PD lo capisce e, con gran pompa mediatica (un congresso o qualcosa di simile), sostituisce tutta la prima fila con una bella schiera di quarantenni e trentenni, allora c'è qualche speranza.</font></div>
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        <published>2012-05-11T07:41:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Il moralismo economico]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><span style="font-family: Tahoma;">Sono decisamente stufo. Mentre stavo provando a scrivere, con i miei scarsi mezzi, qualche riflessione su quelle che a me sembrerebbero ragionevoli politiche per la crescita - in breve, basta con l'ossessione dei tagli - mi ritrovo oggi a leggere un concentrato di prediche moraliste. <a href="%20http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=1DHTTN"> Bisin</a> su Repubblica fustiga i costumi italiani e, manco a dirlo, sostiene che l'unica ricetta è tagliare la spesa per tagliare le tasse (tertium non datur, addirittura). <a href="http://www.imille.org/2012/04/crisi-crescita-si-cambia/">Marattin</a> su iMille scrive un lungo pezzo per dire che solo il castigo esterno (un tempo l'ingresso in Europa, ora il dio spread e gli obiettivi sull'azzeramento del deficit di bilancio) ci salverà dai nostri peccati economici e della nostra pervicace incapacità di rinunciare alla nostra dotazione di "privilegi". Di noi che in tutti questi anni abbiamo vissuto, ovviamente, sopra i nostri mezzi.</span></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">E intanto, mentre tutti si esercitano a chiosare le mosse di Rosi Mauro di Maroni e di Bossi come fossero il centro del mondo, il Parlamento si appresta ad approvare con una maggioranza che non consente il referendum, una modifica della Costituzione per inserirci il pareggio di bilancio. In altre parole, per impedire a governo e parlamento, d'ora in poi, di fare politica economica anticiclica. Per suicidarsi definitivamente e abolire definitivamente la politica.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Nell'indifferenza generale, l'antipolitica sta vincendo, ma non perché vince Bossi o qualche populista, ma proprio perché vince il pensiero unico secondo cui la spesa pubblica è il male, la spesa privata è il bene, la spesa pubblica spiazza la spesa privata, e meno stato c'è meglio è. Se penso che questi teorici dello spiazzamento della spesa privata per colpa della spesa pubblica sono gli stessi che, su Nfa, pontificano - giustamente - contro il "modello superfisso", mi monta ancora di più la bile. Perché non si possono fare due pesi e due misure: quando si tratta di dimostrare che aumentando l'età pensionabile non necessariamente si rubano posti ai giovani, perché il lavoro disponibile non è a somma zero, allora tutto bene. Ma, misteriosamente, una aumento di spesa pubblica necessariamente spiazza quella privata: il reddito nazionale è quindi a somma zero, cari Bisin e compagni? Eppure anche i più recenti studi del FMI dicono che il moltiplicatore della spesa pubblica, a certe condizioni, è vivo e lotta insieme a noi.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Tutte queste scelte economiche presentate come oggettive e inevitabili, oltre a essere tragicamente recessive e quindi controproducenti, mi sembrano in fondo dettate da un allucinante moralismo economico. Questi si dicono economisti, e invece sono moralisti, ma non filosofi morali come il vecchio Adam Smith, proprio moralisti nel senso di ideologi di una morale di (proprio) comodo.&nbsp;</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">E' puro moralismo dire che la svalutazione della moneta è truccare le carte della competizione economica. E perché mai? Offerta e domanda regolano anche il valore della moneta. Ma il valore della moneta è fissato da una istituzione(chi emette la moneta) che IN OGNI CASO interferisce sul mercato. E quindi dove sta l'immoralità di intervenire per migliorare le proprie ragioni di scambio?</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">E' puro moralismo dire che abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi. Chi ha vissuto sopra i suoi mezzi? La parte di popolazione che ha lucrato sull'evasione fiscale, certamente. La parte di classe dirigente e di imprenditoria e di rendita che ha concentrato sempre più il reddito e la ricchezza nelle proprie mani. Ma gli italiani - gli italiani tutti, perché questa è l'accusa - hanno davvero vissuto tutti sopra i propri mezzi? Non sarà ora di tornare a distinguere un po', almeno un po', fra le classi sociali?</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">E' puro moralismo dire che lo Stato deve essere in pareggio di bilancio. Uno Stato NON E' una famiglia, uno stato batte (batteva) moneta, è appunto SOVRANO. E per fortuna lo è. L'Europa, il nuovo Stato in cui vorrei riconoscermi se volesse esistere invece di suicidarsi come sta facendo, potrebbe e dovrebbe tranquillamente indebitarsi, in modo autosostenibile. Perché è una fola per gonzi l'idea che il debito ipoteca le generazioni future, è una semplificazione che ignora la dinamica economica, che ignora che la storia dell'economia mondiale è stata sempre trainata dagli impulsi potenti della domanda degli stati, fosse per costruire piramidi, per guerre o per costruire scuole pubbliche e ferrovie. Una semplificazione per gonzi che ancora una volta ipotizza il modello superfisso, applicato nel tempo.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">E son tutti moralismi che ci portano a vedere il dito che indica la luna e non la luna. Il dito del tagliare la spesa e dell'introiettare in noi stessi qualsiasi COLPA, vera o presunta. Invece della luna del riqualificare davvero la spesa, del provare a utilizzare la spesa pubblica per qualcosa di utile, per alleviare un poco la sofferenza del mondo.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Basta, basta per favore con questo inutile moralismo economico. Affrontiamo a viso aperto i problemi e il futuro, lavoriamo per riformare davvero lo Stato e il suo funzionamento, ma smettiamola di pensare che pubblico è cacca e privato e bello. Non se ne può proprio più.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">******</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Disclaimer: Bisin nell'articolo di oggi elenca una serie di cose da fare per migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione che trovo perfette, giuste e pure ben spiegate. Come inappuntabile è la sua descrizione dei problemi strutturali dell'economia e dell'amministrazione pubblica italiana. Marattin è preciso e del tutto corretto nell'individuare i problemi della "dotazione" eccessiva di privilegi, di cui la recente abolizione dell'ICI di berlusconiana memoria è l'esempio più fulgido. Entrambi, insomma, hanno da insegnarci molto su molte cose concrete che andrebbero fatte, perché lo so bene che le famose "riforme strutturali", anche quelle, vanno certamente fatte. Quello che non mi va giù nel loro approccio è l'ostinata negazione della possibilità di pensare soluzioni diverse dalla crisi rispetto a quelle che ci ha consegnato lo sciagurato fiscal compact e tutte le sciagurate decisioni autolesioniste che hanno portato l'Europa in recessione. E non mi va giù che questa ostinata negazione derivi da un moralismo economico che è un perfetto esempio di ideologia come falsa coscienza, come diceva il filosofo barbuto. &nbsp;</font></div>            
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        <published>2012-04-12T21:12:00Z</published>
        <updated>2012-04-12T21:12:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[Contro Ricolfi]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Il discorso a pera fatto oggi su La </font><font size="3" face="Tahoma">Stampa da Luca Ricolfi mi stimola a mettere in fila un po' di ovvietà didattiche. Una specie di corso di economia del buon senso per principianti.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Il nostro scrive in sostanza che la crescita si ottiene o riducendo le tasse ai produttori, o migliorando il capitale umano, o avendo una amministrazione più efficiente. Aggiunge che la seconda e la terza ricetta sono lente, la prima rapida. E che il problema specifico dell'Italia sono le troppe tasse, non il poco capitale umano o la scarsa efficienza della pubblica amministrazione.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Cominciamo dalle tasse. Dice il nostro che i confronti coi paesi OCSE dimostrano la sua tesi. Infatti, Danimarca, Svezia e Finlandia, che resistono relativamente bene alla crisi, hanno notoriamente una bassa pressione fiscale....</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Invece, sostiene il nostro, non siamo (ancora, aggiunge bontà sua) un popolo di ignoranti. Però il calo verticale di iscrizione all'università in un contesto nel quale comunque l'Italia è il fanalino di coda dei paesi OCSE, fornisce un segnale contrario. Riduciamo le tasse ai "produttori" e quelli useranno il maggior denaro per comprare gadget tecnologici dall'estero, che qui non sappiamo produrre....</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">L'efficienza della pubblica amministrazione, si sa, è un obiettivo difficile. Ma Ricolfi ci sta dicendo, sotto sotto, che è impossibile e che l'unico modo di ottenerla è ridurre ruolo e peso dello stato. Insomma, la solita eterna ricetta.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">******</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Come si esce dalla crisi, allora?</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">In un'Europa ideale, sarebbe semplice:</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Tassazione europea sulle rendite finanziarie e sul carbonio, che assieme ad emissioni di debito europeo finanzi un grande piano di investimenti in deficit spending europeo.&nbsp;</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Politiche retributive espansive nei paesi con bilanci pubblici sani e surplus con l'estero (Germania, Olanda) e politiche di controllo della spesa pubblica statale nei paesi con troppo debito sovrano (ma compensate dagli investimenti europei). Rapido rientro dal debito sovrano grazie all'aiuto e alla solidarietà europea.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Decise politiche di "riforma strutturale", ossia per la concorrenza la competitività, l'aumento dei livelli di istruzione e la ricerca e la sconfitta delle corporazioni, una riforma seria per superare il dualismo nel mercato del lavoro, per tutti quei paesi bloccati come l'Italia, per fare in modo che l'effetto dello stimolo alla domanda realizzato con il deficit spending europeo non vada sprecato nell'immobilismo e nell'inefficienza.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Tassare meno i produttori, anche? Certo, ma non per ridurre in assoluto l'introito fiscale, quanto per spostarlo. E anche questo è banale, lo sanno tutti: la pressione deve spostarsi dal lavoro e dalla produzione alla rendita e alle esternalità ambientali negative. Le entrate devono essere in capo più ai comuni - da un lato - e all'Europa - dall'altro - che agli stati nazionali, per consentire politiche economiche a livello europeo e spesa sociale sussidiaria a livello locale. La tassazione deve servire anche alla redistribuzione perché, come ci insegnano ormai studi consolidati che si preferisce ignorare, una relativa eguaglianza fa bene ad una crescita stabile.</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: center;"><font size="3" face="Tahoma">******</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Schematizzando, l'Italia dovrebbe fare le politiche dell'offerta che sta - timidamente - perseguendo il governo Monti solo a patto che l'Europa facesse le politiche della domanda che servono alla crescita, assieme a una nuova e seria regolazione della finanza. Le sole politiche dell'offerta ci portano dritti alla recessione perenne, le politiche della domanda "in un paese solo" sarebbero forse possibili senza l'euro, come qualcuno comincia a sognare senza rendersi conto che perdere l'euro è perdere l'Europa, e perdere l'Europa significa condannarsi per sempre a un più o meno dolce declino.</font></div><div style="text-align: center;"><font size="3" face="Tahoma">******</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">Rileggo quel che ho appena scritto. Mi sembra talmente banale che mi chiedo se valga la pena pubblicarlo. Poi penso che tutto ciò che leggo sui giornali è sempre - o quasi sempre - a senso unico. Da un lato l'approccio - minoritario ma rumoroso - secondo cui l'unico modo per uscire dalla crisi è la spesa pubblica la più vasta possibile, con corollario di retorica dei beni pubblici e quant'altro. Dall'altro lato, la fissazione monotematica della riduzione delle tasse e delle "riforme strutturali" (le politiche dell'offerta) come unica e bastevole ricetta. Ma perché non provano ad ascoltarsi?</font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma"><br></font></div><div style="text-align: justify;"><font size="3" face="Tahoma">&nbsp;&nbsp;</font></div>            
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        <published>2012-03-19T21:39:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Quattro mesi]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: left;"><span style="-webkit-tap-highlight-color: rgba(26, 26, 26, 0.296875); -webkit-composition-fill-color: rgba(175, 192, 227, 0.230469); -webkit-composition-frame-color: rgba(77, 128, 180, 0.230469); ">Sono passati quattro mesi dell'ultimo post in questo blog. I miei pochi lettori saranno nel frattempo spariti e quindi ora scrivo più che altro a me stesso.</span></div><div>Ho smesso per mancanza di tempo e per la presa d'atto della naturale usura dello strumento blog. Come temevo, il rullo infernale di Facebook si sta mangiando tutto, in un confuso vociare far "amici". E twitter ha fatto il resto.</div><div>E troppi scrivono, e mi piace leggerli e questo ruba il tempo alla mia scrittura.</div><div><br></div><div>Però mi dispiace lasciare un posto che curo dal lontano 2004 e, quindi, finché il cannocchiale - incredibilmente - continuerà ad esistere, capiterà che di quando in quando appunti qualche pensierino della sera qui.&nbsp;</div>
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        <published>2012-03-19T20:04:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Meno stato e meno mercato - una riflessione a forma di lettera ]]></title>
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          <![CDATA[
		  <p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Caro <a href="http://www.imille.org/author/ivan-scalfarotto/">Ivan</a>, caro <a href="http://www.imille.org/author/raoul-minetti/">Raoul</a>, caro <a href="http://www.imille.org/author/marco-simoni/">Marco</a>, Cara <a href="http://www.imille.org/author/irene-tinagli/">Irene</a> e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura de <a href="http://www.imille.org/manifesto-editoriale/">iMille</a> nella sua versione “movimento politico”,<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza. <o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Minsky_moment">Minsky moment</a>” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione?<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una <a href="http://www.imille.org/2011/07/la-decrescita-riformista/">decrescita riformista</a>. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del <em>business as usual</em> talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di <em>fine tuning</em>, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo. <o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di <em>meno Stato e meno mercato</em>. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">****<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con <a href="http://www.imille.org/2011/10/ichino-fassina-e-sacconi-il-centro-sinistra-non-si-spacchi-sul-lavoro/">l’articolo/appello</a>&nbsp;pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente <em>costretto&nbsp;</em>a dire quel che ha detto. <span>&nbsp;</span>E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale?<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;line-height:115%;font-family:&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;">Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?<o:p></o:p></span></p>            
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        <published>2011-11-01T18:57:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Luxottica, l'ideologia del merito e del contratto aziendale]]></title>
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          <![CDATA[
		  <span><p style="text-align: center;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; "><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/13244/luxottica_agordo.jpg" alt=""></span><br></span></p><p style="text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; ">Oggi ho sentito più d’uno stigmatizzare, con corredo di indignazione a buon mercato, l’accordo aziendale stipulato in Luxottica, che consente di utilizzare in vario modo figli o coniugi del dipendente in modalità job sharing. Tutti a dire, a cominciare dal <a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/10/18/news/welfare_fatto_in_casa-23405464/" title="su Repubblica" style="">titolo</a> dell’articolo di Repubblica, che così si ratifica la vittoria della parentela sul merito.</span></p> <p style="text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; ">Ora io vorrei osservare due cose.</span></p> <p style="text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; ">Primo. Chi contesta quell’accordo e non prende sul serio le parole dei responsabili delle relazioni industriali di Luxottica, che dicono di essersi ispirati ad Adriano Olivetti, non ha capito nulla delle caratteristiche di quell’azienda. Basta vedere dov’è la sede principale (ad Agordo, in mezzo alle montagne bellunesi), per capire che da quelle parti il concetto di comunità ha ancora un senso. E basta vedere i risultati di Luxottica – Del Vecchio è pur sempre l’italiano più ricco… - per capire che un imprenditore illuminato, in quelle condizioni di profittabilità, può ben permettersi di “fare comunità” senza affatto ridurre la capacità competitiva, l’efficienza e la produttività aziendale. Che, a dispetto di quel che si dice, non passano sempre per il “merito” inteso come competizione feroce fra persone. Anzi, in certe condizioni vengono esaltate da un approccio comunitario.</span></p> <p style="text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; ">E poi, se si parla di Olivetti, tutti a osannare. Ma, si sa, tanto è storia passata, quindi innocua. Se qualcuno prova a praticare le sue idee oggi, anche timidamente, allora non va più bene.</span></p> <p style="text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: Tahoma, sans-serif; ">Secondo. In genere, gli indignati contro il nepotismo (o supposto tale, come in questo caso) sono i medesimi che osannano il Marchionne rivoluzionario che spinge per i contratti aziendali separati in nome della competizione e della modernità. Ad esempio oggi <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_18/crescita-frenata-da-troppi-monopoli-francesco-giavazzi_3065cdb6-f946-11e0-bc4b-5084eabf7820.shtml" title="Il Giavazzi furioso" style="">Giavazzi sul Corriere</a> si è prodotto in un capolavoro del genere, con l’attacco diretto perfino a Confindustria rea di essere, comunque, un “sindacato”. Bene, se questi signori prendessero sul serio le loro stesse idee, dovrebbero plaudire non solo ai contratti capestro del Marchionne nazionale, quelli che aumentano i turni e riducono i diritti, ma anche ai contratti inclusivi e comunitari di Del Vecchio. Anche questi sono contratti integrativi aziendali. Solo che, essendo migliorativi, fanno un po’ schifo ai liberisti de noantri.</span></p></span>
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        <published>2011-10-18T21:50:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Pierangelo Garegnani]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma">In questi tempi nei quali le teorie economiche mainstream, il consenso che ha trasformato Keynes in un innocuo neoclassico, sono in grave difficoltà sotto i colpi dell'evidenza empirica della crisi globale, è bene ricordare il grande <a href="effettiva/">Pierangelo Garegnani</a>, morto venerdì scorso. Sulle tracce di Sraffa, ci ha insegnato una diversa interpretazione di Keynes. Un percorso totalmente diverso e indipendente da quello di <a href="http://www.anobii.com/books/Keynes_e_linstabilit%C3%A0_del_capitalismo/9788833919904/01c3129d1e7de6afb6/">Minsky</a> che tuttavia oggi, probabilmente, qualcuno dovrebbe provare a riconnettere per ricostruire una visione alternativa dell'economia politica e della politica economica necessarie per governare, finalmente, le crisi cicliche del capitalismo.</font></div>
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        <published>2011-10-18T20:17:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[16 ottobre al ghetto]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma">Travolti dal 15 ottobre 2011, rischiamo di dimenticare il <a href="http://www.focusonisrael.org/2009/10/16/16-ottobre-1943-deportazione-ebrei-roma/">16 ottobre 1943</a>. Evitiamo di farlo, che quelli erano tempi di ferro davvero e, forse, ricordarsene metterebbe nella giusta prospettiva lo squallore degli odierni "neri" che infestano le manifestazioni.</font></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: center;"><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/13244/16-ottobre-1943-300x138.jpg" alt=""></span></div>
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        <published>2011-10-16T15:48:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Shalit]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: justify;"><font face="Tahoma"><span>Ci sarebbero riflessioni ben più profonde da fare. Però non riesco ad evitare di notare, a beneficio dei miei numerosi amici antri-israeliani <em>a prescindere</em>, che è davvero problematico considerare normale un rapporto&nbsp;</span><a href="http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/424475/" title="La notizia sulla Stampa">1 prigioniero contro 1027</a><span>. Se penso a tutte le volte che ho sentito dire di sproporzione fra morti palestinesi ed israeliani, senza che qualcuno provasse a capire davvero il perché..</span></font></div><span></span>
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        <published>2011-10-12T09:12:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Jobs]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div style="text-align: center;"><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/13244/apple.jpg"></div>
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        <published>2011-10-06T10:36:00Z</published>
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