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25 aprile 2015

La costruzione della memoria


(un ricordo privatodel 25 aprile)

Avvicinandomi ai sessant’anni, mi rendo conto che ho avuto alcunefortune nelle vita, la più importante delle quali è la possibilità di capire lastoria recente del nostro Paese attraverso la costante, continua e per nullapianificata – ma per questo molto più potente - costruzione della memoria, della mia memoria privata e della memoriadella mia famiglia.

Miamadre staffetta partigiana, poi attivista dell’Unione Donne Italiane, poimaestra agguerrita e piena di idee, mio padre dirigentedel Partito Comunista e poi della CGIL, a noi figli non hanno mai fatto lezionidirette e pedanti della loro storia o delle loro idee. Nemmeno ci raccontavanoi fatti, che so, della Resistenza o del lavoro politico difficilissimo neldopoguerra in una provincia “bianca” come Novara. Sicuramente qualche accenno,spezzoni di fatti nelle chiacchiere quotidiane a tavola, magari un ricordo dipapà che parlava in una piazza vuota di Borgomanero, con il megafonoappollaiato sulla Fiat 1100, i pochi compagni attorno, tutti i paesani inrealtà ad ascoltare dietro le finestre chiuse, e il prete dall’altro lato dellapiazza a rispondere… Pochissimo del periodo del fascismo, salvo qualche ricordospezzato o accenno della difficoltà di andare a scuola. Anche della primaguerra, nonno Prospero che l’ha fatta tutta, prima di rischiare la vita nellepatrie galere fasciste, parlava poco volentieri.

In fondo, solo all’inizio di questo millennio mia madre,forse stimolata dai nipotini che le chiedevano storie del passato, forseindignata dal revisionismo storico montante, ha cominciato a parlare di più delperiodo della sua esperienza di staffetta in montagna e in pianura, e ha finitoper scriverne, facendo anche lei stessa un esercizio di ricostruzione dellamemoria, nella sua autobiografia “Storie di una staffetta partigiana”.

Eppure, come se la ben poca storia contemporanea che ciinsegnavano a scuola si saldasse miracolosamente con i pezzi di frasi infamiglia, con i libri che circolavano in casa – il libro di Alcide Cervi, o ilSentiero dei nidi di ragno di Calvino, le Cronache di poveri amanti diPratolini -, con le cose che si dicevano nelle assemblee studentesche, o con lecanzoni della tradizione popolare ripescate con il disco “Bellaciao”, avevamo tutti ben chiara la consapevolezza, semplice e lineare,forse semplicistica ma solida, che questa Repubblica se la fossero conquistatai partigiani. E ben chiaro avevamo il motivo per il quale ogni 25 aprile sicelebrasse la Liberazione scendendo in piazza.


Non voglio dire che fosse tutto semplice e pacificato, anzi.L’interpretazione di sinistra della lotta partigiana, occultando il ruolo deinon comunisti, dei cattolici, dei militari, dei monarchici, negava certamenteun pezzo di storia e noi di giovani di sinistra ricevevamo un racconto parzialedi quella vicenda. Un racconto parziale che ci consentiva di connettere congrande fluidità il passato con le lotte del presente, i bellissimi e tormentatiannisettanta della mia giovinezza. Con vantaggio per la nostra ricerca dicoerenza e, devo dire ancora oggi, con qualche solida ragione. Perché d’altraparte, la prevalenza della narrazione di sinistra e tendenzialmente comunista enon “nazionale” della Resistenza, è anche grande responsabilità degli altri, diquelli che hanno cominciato a denigrarla e minimizzarla pur magari avendovipartecipato. In fondo, non è colpa dei comunisti se il cattolicesimodemocratico per anni, pur avendo partecipato alla Resistenza, si è poiappiattito sulla sua sottovalutazione e sulla negazione che essa potesse esseremito fondante positivo della Repubblica. E certe fratture di lungo corso chepercorrono tutta la nostra storia repubblicana sono anche frutto dei pattipiuttosto scellerati che i moderati italiani, in chiave anticomunista, hanfatto con i nostalgici del regime. Una faglia sottile che percorre tutti questisettant’anni, e collega in qualche modo i morti di Reggio Emilia del 1960 allestragi fasciste degli anni sessanta e settanta della strategia della tensione,fino alle torture al G8 di Genova. Una faglia sottile che ha portato,dall’altra parte, a distorsioni interpretative uguali e contrarie, come quelleche ci proponeva – quanto sbagliando! – il mio professore di storia delledottrine economiche nel 1977, circa la Resistenza come “rivoluzione tradita”.

Non tutto era semplice e pacificato anche perché avevamocomunque vite complicate, intense e difficili, e tutto cambiava sotto i nostriocchi, come del resto accade anche oggi. E il nostro privato ci assaliva e siintrecciava con il pubblico come mai prima d’allora forse era successo (ricordosempre che Paolo Pietrangeli, cantore del ’68 italiano, nel raccontare gliscontri di Valle Giulia scrisse versi come questi “e miguardavi tu con occhi stanchi, c’erano cose certo più importanti”. E io stesso,in questo storyboard di un fumetto che disegnai nel 1975, e che mai hoterminato, intrecciavo storie d’amore con la manifestazione del trentennaledella Liberazione).


Ma in fondo, anche durante la guerra di Liberazione il privatosi intrecciava con il pubblico, anche se – come scrive mia madre – i tempi e ilpudore e la cultura contadina rendevano questo intreccio più sotterraneo, piùdifficile da dire. Un po’ la stessa difficoltà che fa si che nella memoriadella Resistenza per troppo tempo si sia parlato più di montagne e azioniguerreggiate,  e meno del cruciale ruolodelle donne, o dell’importanza delle reti di protezione assicurate da unapopolazione che, a dispetto di certi discorsi sulla “massa grigia”, almeno alNord fu in gran maggioranza dalla parte dei partigiani. Come ha ricordato GiovanniDe Luna, la Resistenza è stata, ben più del Risorgimento, un momento forseirripetibile nel quale del tutto volontariamente migliaia di persone si sonomesse in gioco per un ideale e un interesse comune e condiviso, superandodifferenze enormi.

Ecco, tutte queste cose, questi spezzoni di realtà che forsecaoticamente ho provato a ricordare, io le so, le ho ben presenti non tantoperché le ho studiate, ma perché sono memoria condivisa, sono la costruzione diuna religione civile che non ha bisogno di lezioni pedanti, ma di esempi edesperienza.

Però miei figli ventenni ricostruiscono dentro di se –certamente in modi diversi – la medesima storia e la medesima memoria perchéprivilegiati dall’avere a disposizione la testimonianza della loro nonna, eperché in qualche modo han potuto “sentire” gli stessi profumi. Altri giovani, bombardatidal deserto culturale di questi ultimi venti o forse venticinque anni, dallaignobile narrazione dei “ragazzi di Salò” e dal discorso mille volte ripetutodei meriti del fascismo e dell’equiparazione di vittime e carnefici, sono statiradicalmente privati di questa memoria, come testimoniano le deprimentiinterviste (per fortuna certo non un campione statistico significativo) andatein onda pochi giorni fa a Ballarò.

Da quando ha scritto il primo libro, mia madre giracostantemente per le scuole di tutta Italia a raccontare di se e della storiadella lotta di Liberazione, e mi dice di professori motivati e di bambini eragazzi attenti, curiosi e pieni di entusiasmo e di voglia di capire. E questolavoro l’ha portata a fare, pian piano, un’altra ricostruzione della memoria,la sua stessa memoria, recuperando contatti che aveva perduto, ritrovandostorie dimenticate, fino al punto di comporre, questa volta in forma diromanzo, un secondo libro di storie vere, Un cielopieno di nodi. Lei e quelli come lei fanno un lavoro prezioso, ma noi cheveniamo dopo abbiamo il dovere di trovare il modo di proseguirlo, diricordarlo, di tramandarlo e ricostruirlo costantemente. Come la memoria dellaShoà, la memoria della Resistenza va rinnovata. E credo che l’unico modo difarlo sia raccontarla raccontando noi stessi e perché, anche grazie a quellamemoria, siamo diventati quel che siamo e abbiamo costruito il nostro modo diessere. Come ho provato a fare in questo personale ricordo.   

(pubblicato su iMille.org)



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permalink | inviato da corradoinblog il 25/4/2015 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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