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Il canone del computer

Ci sono in Italia due tributi particolarmente odiati: l'ICI e il canone TV.
Un odio in realtà immotivato, ma solidissimo e ormai impossibile da estirpare, perché entrambi questi tributi sono vissuti come una incomprensibile ingiustizia.

L'ICI, dal punto di vista astratto sarebbe una normalissima e piuttosto lieve tassa sul patrimonio. Per di più, giustamente, quella sulla prima casa è sempre stata ridotta e, ora, è di fatto stata abolita per un buon 40% dei contribuenti. Eppure, forse perché in Italia siamo stati sostanzialmente costretti a diventare tutti proprietari di case (solo il 19% in affitto in Italia, contro circa il 60% in Germania!), o forse perché il modo di calcolarla e pagarla è sempre stato complicato e incomprensibile, fatto sta che un po' tutti dedicano molta più attenzione all'ICI che a tasse ben più pesanti che, magari, neanche ci accorgiamo di pagare.

Il canone TV è ancora peggio. Anche qui, non ci dovrebbe essere nulla di strano: si tratta di garantire il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo, che altrimenti sarebbe ucciso ancora di più di quanto già non sia dalla pubblicità. E, nello specifico, il canone italiano è più basso di quello usuale in tutti i paesi europei.
Eppure, con la buona giustificazione della qualità del servizio e dell'occupazione partitica della TV, tutti odiano e se possono evadono il canone. Ed è di oggi l'iniziativa di Repubblica per una petizione contro il tentativo dell'Agenzia delle entrate di far pagare il canone TV anche ai possessori di computer dotati di scheda televisiva. Iniziativa, ovviamente e prevedibilmente, destinata a grandissimo successo.

Bene, vorrei dire sommessamente che, se il canone serve a finanziare il servizio, e se al servizio si accede da un apparecchio TV, da un computer o da qualunque supporto, il canone dovrebbe essere pagato a prescindere dal supporto. Al massimo, potremmo discettare che guardare la TV dal telefonino magari non è la stessa cosa che guardarla da un LCD da 42", e quindi si potrebbe fare uno sconto.
Insomma, in realtà non ci sono scuse. E' solo che il canone è considerato una tassa immorale, insopportabile, a prescindere. E quindi qualsiasi appiglio è buono per contestarla. Inclusi, ovviamente, gli appigli improvvidamente forniti dagli uffici tributari che inviano lettere pressoché minatorie, alla faccia dei tentativi tante volte dichiarati di impostare un "fisco amico del contribuente".

Come uscirne? Ormai è chiaro che il canone non è più la soluzione per finanziare una informazione pubblica di qualità, per un problema di credibilità ed, anche, perché un contributo "per ogni apparecchio" aveva senso quando solo una quota della popolazione ne possedeva - un senso di equità contributiva.
Oggi, con una quota di possessori di apparecchi riceventi (di qualsiasi tipo) pari alla quasi totalità delle famiglie, mi sembrerebbe molto più logico rinunciare al canone e spostare il finanziamento pubblico della televisione in parte sull'IRPEF, in parte su una opportuna tassazione sugli introiti pubblicitari, o simili. Contemporaneamente alla riduzione o all'abolizione della pubblicità su almeno una rete RAI (e della vera partenza del digitale terrestre, da affidare assolutamente solo  a nuovi entranti e mai ai duopolisti), una simile riforma sarebbe certamente  molto apprezzata dai cittadini. Anche se magari continuerebbero a sborsare la stessa cifra.

Ma, si sa, come l'inflazione, anche le tasse non sono solo effettive, ma anche "percepite".

Pubblicato il 24/2/2008 alle 23.6 nella rubrica Educazione civica.

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