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Leggende sulla grande crisi. E magari anche qualche buona spiegazione...

Questo post di Raoul Minetti è importante per molte ragioni.
Primo, perché dice cose molto precise su certe semplificazioni giornalistiche e politiche e su certe leggende che facilmente si diffondono quando si scatena una crisi finanziaria globale come quella cui stiamo assistendo in questi giorni.
Secondo, perché rappresenta molto bene la posizione di chi, nella sinistra riformista, si è convinto di una visione del mondo nella quale il libero mercato, sia pur regolato, è comunque e sempre l'unica garanzia di sviluppo economico e, quindi, è sempre e comunque il presupposto intoccabile ed indiscutibile di qualsiasi politica.
Terzo, perché rappresenta perfettamente quanto la razionalità ristretta che caratterizza gli economisti dell'ultima generazione, rischia spesso di generare errori di prospettiva politica.
Quarto, perché mette in evidenza come la difesa "da sinistra" del libero mercato sia politicamente davvero un compito difficile, al limite del suicidio politico.


Provo a spiegarmi, prima entrando nel merito delle cose che dice Raoul, poi affrontando ciò che c'è dietro a questo merito, ossia le conseguenze politiche e di interpretazione del mondo. Abbiate pazienza, sarà una cosa un po' lunga, ma credo sia importante.

Raoul dice prima di tutto che non è colpa del modello USA di libero mercato, ma di una mancanza di regolazione. A supporto della sua tesi, fa un paragone con analoghe crisi bancarie occorse a paesi dotati di un ben diverso modello, come quelli scandinavi, campioni del welfare state socialdemocratico. Sarà anche vero, ma prima di tutto c'è una questione di dimensione e, secondo, non è affatto ideologico sostenere che il modello di libero mercato USA è stato governato in modo ideologico dall'era Reagn in poi - con brevi momenti in controtendenza. E' questo governo ideologico del libero mercato, che teorizzava ideologicamente e non sulla base di solide teorie scientifiche la totale deregolamentazione dei mercati, la correttezza scientifica di castronerie come la curva di Laffer, la riduzione delle tasse ai ricchi come mezzo per arricchire i poveri, che ha portato a indebolire i controlli e a gestire la finanza con quella disattenzione che Raoul considera la causa della crisi.
E, quindi, certo che non è colpa del libero mercato in sé, ma è colpa delle concrete scelte politiche e di potere che sono state fatte nella gestione del libero mercato. E questo è bene dirlo forte, mi sembra.

Poi, Raoul contesta chi trova il colpevole nella globalizzazione. Qui concordo praticamente con tutta la sua argomentazione, convinto come sono che la globalizzazione porti alla fine più vantaggi che danni. Salvo, di nuovo, osservare che la cattiva gestione delle crisi globali non può essere considerata un caso, ma il frutto di scelte politiche in cui c'è chi guadagna - e detiene saldamente il potere - e chi perde.

Infine, per Raoul non è nemmeno colpa dell'avidità dei rampanti uomini di finanza. Insomma, non è un problema morale. Anche qui, Raoul formalmente ha ragione. Figurarsi se basta l'avida cattiveria di un manipolo di giovani rampanti manager per mandare all'aria l'economia mondiale. Però, significherà pure qualcosa che fino a una trentina di anni fa, prima dell'attuale fase di globalizzazione, gli stipendi dei manager erano al massimo 50 volte quelli dei dipendenti, mentre ora stanno in un fattore che può arrivare fino a 500 a 1.
Anche qui, non è difficile trovare la spiegazione nel furore ideologico neoliberista che ha consentito di costruire un consenso enorme su questo assetto distributivo, ben nascosto dietro la cortina fumogena della ricchezza per tutti. I repubblicani che in questi giorni, sulla base di un facile populismo, lanciano strali sulla ricchezza eccessiva dei manager, e ricordano il nostro Tremonti che lancia strali contro il "mercatismo", forse farebbero bene a fare qualche piccola autocritica in proposito...

Affrontiamo dunque il secondo punto segnalato qui sopra, il mercato come presupposto indiscutibile dell'organizzazione del mondo e il terzo, molto legato, della razionalità ristretta degli economisti.

Adottare una razionalità ristretta significa, per me, selezionare un certo numero di assunti e di assiomi, e generare su tale base una serie di modelli tutti formalmente corretti, ma solo all'interno di quegli assiomi. E' il tipico modo di fare di molti economisti moderni. Molto utile per analizzare i dettagli, per capire il funzionamento di breve periodo dei mercati, per fare fine tuning di grandezze economiche, ma ben poco utile, ed anzi fuorviante, per capire la sostanza di fondo e di lungo periodo dei fenomeni.
E infatti, le osservazioni di Raoul mancano il bersaglio, restano in superficie e alludono ad una spiegazione immediata - la "disattenzione" delle autorità e degli operatori - perché si modellano sulla sola visione dei fenomeni economici immediati. E dimenticano:
  1. Che la crisi è economicamente figlia di una disgraziata concentrazione del reddito, che ha reso impossibile alla classe media USA conservare i propri standard di vita se non accedendo al credito facile. Su questo meccanismo, che è il meccanismo di fondo della presente crisi e ha ben poco a che fare con la finanza - la finanza è solo uno strumento, da questo punto di vista - rimando per brevità all'articolo che ho già citato di un economista che non ha usato la razionalità ristretta, e che spiega il tutto ben meglio di me.
  2. Che questa abnorme concentrazione del reddito è sostanzialmente identica a quella che ha preceduto la crisi del 1929.
  3. Che l'economia è immersa nel gioco delle relazioni sociali e di potere e nelle istituzioni, il ché rende di per sé l'eccessiva fiducia nel funzionamento teorico ed asettico del mercato una pia illusione - quando non una dolosa bugia.
  4. Che i fenomeni economici non avvengono nel vuoto di un mondo nel quale le risorse sono oggetti comunque plasmabili e indifferenti, perché ciò che conta è il gioco delle utilità e del mercato. Al contrario, l'economia presuppone l'esistenza di risorse fisiche da trasformare, in un processo che richiede energia e produce contemporanemente valore d'uso e di scambio e rifiuti ed entropia. E' per lo meno ironico che l'economia, che si autodefiniva scienza della scarsità, abbia totalmente dimenticato la reale, fisicissima scarsità delle risorse che deve trasfomare per produrre valore. Ora, continuare a pretendere di ignorare il vincolo delle risorse (è noioso che lo ripeta, ma ahimè è sempre una questione di EROEI) è a mio avviso l'altro elemento che ha portato alla crisi attuale, e che ne fa una crisi di qualità diversa da quella dle 1929. Quella, poteva essere vista come una crisi si crescita. Questa, temo o spero, proprio no.

Eccoci al punto finale. Difendiamo, da sinistra, il libero mercato. E' giusto, come erano giuste le politiche a favore dei consumatori e della concorrenza del buon Bersani. Ma non vediamo, per favore, il libero mercato - un modello da usare e al quale tendere per far funzionare certi e non tutti i meccanismi di produzione - come l'unico obiettivo della politica.
Sopratutto, cominciamo a proporre una politica diversa, ad affrontare il toro della distribuzione del reddito per le corna. Ritorniamo a parlare di giustizia sociale e uguaglianza, non solo perché moralmente lo troviamo giusto, ma perché economicamente una equilibrata distribuzione del reddito, meno persone che non possono onorare i loro debiti, rende più stabile e solido il sistema capitalista. Dopo l'ubriacatura del liberismo rampante non è proprio il caso di lasciare che la destra riesca ad ubriacarci con un novello populismo autarchico rampante. Molto meglio far capire prima di tutto di chi è davvero la colpa (non la "disattenzione", ma l'eccesso di concentrazione della ricchezza voluta dalle destre mondiali), e soprattutto, offrire una alternativa di speranza non basata sui muri ma sull'apertura al mondo e alla sua salvezza.

PS: sono certo che Raoul, in realtà, è almeno in parte d'accordo con quel che ho scritto qui sopra, come io sono in parte d'accordo con le cose che ha scritto. Solo che lui tende ad arrabbiarsi quando i non economisti fanno discorsi un po' troppo generici sull'economia, forse perché è troppo dentro a quel mondo, e così, nel mettere i puntini sulle i, a mio giudizio esagera. Io mi arrabbio quando gli economisti tendono a fare discorsi troppo chiusi nella loro tecnicalità, forse perché avrei voluto fare l'economista ma non ci sono riuscito, ma sopratutto perché mi piacerebbe che gli economisti di oggi ricordassero che i loro padri avevano ben altro approccio alla "scienza triste". Un approccio "sistemico", tanto che, per dire, Adam Smith scriveva di morale, e mi risparmio di citare Marx...

Pubblicato il 2/10/2008 alle 23.20 nella rubrica Marx.

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