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Cassandre felici (e liberisti terrorizzati)


Non riescono a dirlo in modo esplicito, perché si rendono conto che sarebbe per lo meno di cattivo gusto, ma lo si legge tra le righe dei loro commenti. Le cassandre che, da almeno 3 anni vanno vaticinando la fine della crescita infinita, il picco del petrolio, la bolla immobiliare e la bolla finanziaria, sono gonfie di soddisfazione per le previsioni azzeccate. Noi l'avevamo detto, ci dicono ora, e peggio per voi che non ci avete ascoltato per tempo.

Dall'altra parte, i liberisti, di ogni declinazione e scuola, sono letteralmente terrorizzati, e oscillano fra un panico che li porta a domandare improvvisamente  più stato, e improbabili e ostinate opere da pompieri che negano l'evidenza nel disperato tentativo di "ridare fiducia ai mercati", o che minimizzano con la metafora della "distruzione creatrice".
Però, lo stato che chiedono costoro è quello ben descritto da Ilvo Diamanti, non lo stato sociale o investitore, ma lo stato salvatore del privato. E la fiducia che raccontano è una pia illusione se non sorretta da qualcosa di più credibile del ritorno allo stato salvatore del privato.



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Forse, quindi, sarà bene chiedersi cosa hanno da proporci, come ricette per uscire dalla crisi, le cassandre felici. Essenzialmente, due cose (taglio con l'accetta, perdonatemi):
  1. la ricetta della decrescita, ossia un mondo più povero di beni materiali ma, si suppone, più felice, e molto meno globalizzato e molto più centrato sulle economie e le comunità locali;
  2. la ricetta della sfida della nuova energia: se il motivo di fondo della crisi non è nella bolla finanziaria, ma nell'economia reale in radicale crisi energetica, per uscirne occorre che lo stato, piuttosto che investire in salvataggi di banche, investa nelle infrastrutture che hanno una ricaduta sui consumi energetici e le risorse:
The only choice remaining for policy makers is whether to shift all of our collective societal efforts toward building new infrastructure for the low-energy future, or to try vainly just to prop up the credit markets, losing what will probably be the last opportunity to salvage industrial economies.

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Nei commenti più consapevoli degli economisti e degli esperti di sinistra, vedo una discreta consapevolezza dei motivi di fondo della crisi, ma vedo meno capacità prospettica.
Ad esempio, Stefano Fassina descrive in modo assai felice la dinamica della crisi:
Il motore truccato dalla finanza ha incominciato ad incepparsi quando la Federal Reserve, seguita inevitabilmente dalle altre banche centrali dell’occidente, a partire dalla fine del 2005, è stata costretta ad innalzare i tassi di interesse a causa dell’insostenibile livello raggiunto dal debito estero degli Stati Uniti. Aumenti delle rate per mutui e carte di credito, quindi. Poi, l’impennata dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari ha ulteriormente morso i bilanci delle famiglie. Non a caso la scintilla dell’incendio della foresta è stata prodotta dai mutui subprime, i prestiti ad elevatissimi tassi variabili dati alle famiglie messe peggio in termini di livello e stabilità di reddito da lavoro.
E Giancarlo Bruno è pure assai bravo a descrivere la situazione:
L'aumento del prezzo delle materie prime ha trasferito ricchezza dal nord/ovest del mondo al sud/est, indebolendo il dollaro, spingendo la produzione di fonti di energia alternative che hanno sottratto risorse alla produzione alimentare aumentandone i prezzi, mentre la crisi finanziaria negli Stati Uniti ha tolto fondoi alle famiglie che sono ancora meno in grado di fare fornte agli impegni con le banche e fanno così crollare il valore degli immobili invenduti o svenduti.

Però, il primo si limita a proporre tre utili soluzioni di breve periodo (aiuti alle PMI, riduzione temporanea delle aliquote sui redditi dei dipendenti, agganciare i mutui a tasso variabile ai tassi BCE e non più all'Euribor). Il secondo, si esercita in un discorso affascinante ma un po' fumoso su una nuova governance mondiale che, oltre che multilaterale, sembra puntare su un nuovo ruolo delle ONG, della società civile, di autorità non governative.

Quel che manca è una visione e un disgeno di lungo periodo, come quello invece offerto dalle ricette delle cassandre.

Per mio conto, credo che nella situazione attuale la seconda ricetta sopra ricordata sia davvero l'unica strada possibile per evitare di seguire sogni pseudo-medioevali o, al contrario, di ostinarsi in un business as usual che potrà solo portarci al distastro. E' una ricetta che va compresa bene, perché non si tratta di un semplice appello ad un nuovo new deal, ma di qualcosa di qualitativamente diverso: partendo dalla constatazione che la crisi è di fondo crisi energetica, si individua un percorso preciso da seguire, l'investimento selettivo degli stati nella progettazione di un nuovo mondo basato sul basso consumo di energia. Esattamente il contrario di quanto in modo tragicamente miope stanno già chiedendo gli industriali italiani e tedeschi.

Pubblicato il 12/10/2008 alle 19.11 nella rubrica Politiche.

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