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Enakapata, Marino e la peer review

L'argomento centrale di Enakapata, in fondo, è eminentemente e direttamente politico: come riuscire ad importare anche in Italia le buone pratiche nella ricerca, come riuscire a scardinare il nostro immobilismo accademico baronale.
Per farlo, la strada seguita nella parte per così dire "saggistica" del libro (quella scritta in corsivo), è quello di analizzare in concreto queste buone pratiche - la rete di collaborazioni, l'apertura internazionale, la valutazione, i link fra industria e ricerca pubblica...


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Ignazio Marino fa notare in questa intervista come le recenti scelte governative, tanto per cambiare, si allontanino dalla pratica internazionale della peer review. E mette appunto nel suo programma a segretario del PD, l'adozione della peer review come architrave di una nuova politica di stimolo alla ricerca in Italia.
La cosa sembra convincente, ma ho l'impressione che siamo comunque un po' ai preliminari. Ho trovato in particolare molto interessante questo spezzone di commento sul sito di Marino, a firma Giorgio Mauri:

Il peer review non è la panacea di tutti i mali. Ha anch’esso molte controindicazioni e difficoltà a garantire delle scelte sempre obiettive. E’ un passo in avanti rispetto al sistema della raccomandazione, o peggio, della direzione dei lavori da parte del barone di turno, ma andrbbero creati dei sistemi ancor più sofisticati, dandogli un bel nome italiano, e garanti sia di oggettività di giudizio, sia della gioia (di cui abbbiamo dimenticato l’esistenza) del lavoro di ricerca in gruppo. Il concetto di autogestione e quello di task force in competizione tra loro sono due elementi che potrebbero entrare nella soluzione finale.

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Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Vincenzo Moretti...

Pubblicato il 20/8/2009 alle 14.40 nella rubrica Politiche.

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