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Riformismo radicale?

Quando Veltroni era in auge, parlava spesso di riformismo radicale. Poi non è andata affatto come lui ipotizzava. Ieri ho sentito Bersani fare alcuni esempi felici di riformismo all’emiliana, pragmatico e sensato, come la circostanziata proposta di riforma del fisco, o gli impegni sul costo della politica.

Però, l’impressione è che a questo Paese serva qualcosa di più e di diverso sia dal riformismo radicale solo declamato di Veltroni, sia dal riformismo pragmatico e certamente utile, ma che non entusiasma, del buon Bersani. E, aggiungo, qualcosa di diverso pure dalle per ora fumose “narrazioni” di Vendola.


Ecco, per non restare nel vago, due esempi, uno nazionale e l’altro locale.



La riforma della scuola: invece di continuare inutilmente a stigmatizzare l’esplodere della precarietà e del numero di alunni per classe, sarebbe ora di proporre qualcosa di davvero diverso dal solito. Se l’ingessatura della scuola e della gestione del suo personale è dovuta in gran parte a un centralismo paradossale, sarebbe ora di cambiare il modello, spostando la gestione - tutta, dall’assunzione del personale alla gestione degli edifici - ai comuni o a consorzi di comuni. Come si fa in Finlandia, dove pare la cosa funzioni assai bene. E se non ci sono arredi e scuole belle, si faccia in modo che le scuole - comunali - diventino necessariamente un luogo sempre aperto, giorno e sera, per gli alunni ma anche per gli adulti, dove si fanno corsi, incontri, musica o quel che volete. E che sia possibile tassare più o meno blandamente queste attività, per finanziare arredi e scuole belle. E per le scuole tecniche si obblighino le famose “imprese del territorio”, più che ad entrare nei consigli di gestione delle scuole (anche, perché no, se con giudizio), a contribuire un po’ al finanziamento.




Il prossimo candidato sindaco del comune di Roma: dovrebbe dichiarare un programma semplice e nettissimo. Oltre all’ordinaria amministrazione con particolare attenzione all’assistenza sociale e alle aree dell’emarginazione, l’obiettivo dichiarato dovrebbe essere uno solo: dotare Roma e in particolare le periferie di una rete di trasporti davvero degna di questo nome. Il che significa che il candidato sindaco dovrebbe impegnarsi a quanto segue: (a) imporre una moratoria dell’espansione urbana - ogni metro quadro nuovo dovrebbe essere costruito senza allargare Roma, e ad ogni metro qaudro costruito dovrebbe corrispondere un metro quadro abbattuto da qualche altra parte, perché Roma deve smettere di crescere in estensione (in altezza, senza esagerare, è cosa diversa) (b) realizzare una rete di tram su sede propria in tutte le periferie, con i capolinea in corrispondenza delle metropolitane e dei treni urbani (c) rifare tutto l’arredo urbano di tutta la città facendo scomparire ogni marciapiede asfaltato - i marciapiedi si lastricano a piastrelle, come in tutte le città civili, ogni cartellone abusivo, ogni segnaletica verticale folle ed inutile, ogni cassonetto - la raccolta si fa porta a porta o comunque casa per casa senza cassonetti per strada, salvo al massimo quelli per vetro - e aggiungendo una pista ciclabile ovunque possibile (ed è possibile quasi ovunque, basta volerlo) (d) dichiarare sinceramente che per fare tutto questo il numero di macchine a Roma deve diminuire - gradatamente, certo - e devono diminuire le auto parcheggiate (e) dichiarare, altrettanto sinceramente, che per finanziare tutta l’operazione occorrerà tassare maggiormente il possesso dell’auto, sia come possesso in se, sia con la sosta tariffata.


Sogni? Sogni. Però, sono convinto che continuare con questo riformismo a metà, oppure con sogni “narrativi” mai concreti, mai visibili, non crea consenso, ma noia.


(La prima immagine, quella della scuola finlandese, l’ho trovata sul web. La seconda è una mia foto a Monaco di Baviera, al capolinea del tram 23).

Pubblicato il 13/9/2010 alle 22.58 nella rubrica Educazione civica.

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