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La destra disperata e la Libia

Si continua, fra i miei amici, a dibattere sulle posizioni della sinistra, a criticare il pacifismo senza se e senza ma, a ragionare, pur fra mille dubbi,di dovere, di male minore.  Insomma, le opinioni di gente come Bernard-Henry Lévy o Danie lCohn-Bendit contrapposte a quelle di Vendola.

Permettetemi di insistere. Io trovo questa discussione stantia e forse persino inessenziale: una guerra giusta è in qualche modo un’ossimoro, eppure sappiamo tutti che le brigate internazionali nella guerra civile spagnola, o la resistenza italiana sono state guerre giuste. Insomma, ogni volta che si presentano situazioni come quella libica ci sono da far convivere principi (e soprattutto fatti concreti ed esigenze, e persone in carne ed ossa) del tutto contrapposti e difficilmente conciliabili. E’ quindi inevitabile che ci sia chi propende per una strada e chi per un’altra, chi preferisca le sanzioni e chi le no fly zone, ecc. –sempre che si ragioni con chiarezza ed onestà intellettuale (ovviamente, con quelli che adottano il partito preso  secondo cui l’occidente ha torto per definizione e la guerra è sempre il male assoluto, è difficile parlare di opzioni politiche alternative e male minore).

Trovo invece molto più importante capire il perché a destra si sia coagulato, dalla Lega a vasta parte della base PDL e ai suoi giornali di riferimento, da Libero al Giornale, un fronte “pacifista” così agguerrito, in un paradossale ribaltamento rispetto ai tempi della guerra in Iraq. E trovo molto importante svelare e criticare con durezza la motivazione sottostante a queste posizioni, a prescindere dalla gradazione nel continuum pacifismo->interventismo che caratterizza il dibattito a sinistra.

Il “pacifismo” di destra, infatti, è motivato essenzialmente da un ragionamento al tempo stesso cinico, difensivo e disperato.

Un ragionamento cinico: preferiamo che il mondo musulmano sia governato da dittatori amici dell’occidente, in barba ai diritti umani e alle nostre dichiarazioni d’amore per la libertà, perché questo ci garantisce la sicurezza a casa nostra e, soprattutto, meno immigrati.

Un ragionamento difensivo: dopo i bei risultati delle guerre in Iraq e Afganistan, abbiamo smesso di credere alla possibilità di esportare la democrazia (cosa che, del resto, non ci interessa in realtà più di tanto). I nostri interessi li difendiamo meglio conservando, ovunque possibile, lo status quo.

Un ragionamento disperato: siamo accerchiati dalle orde dilaganti del fondamentalismo islamico che stanno vincendo in tutto il mondo arabo. Dietro le recenti rivoluzioni ci sono i fratelli musulmani; solo un occidente imbelle che crede alla favola della democrazia (un occidente obamiano) può credere che i giovani egiziani o tunisini che si sono ribellati siano maturi per la democrazia (tradotto: siano capaci di non romperci troppo i coglioni con le loro pretese). Solo rinchiudendoci nel nostro fortino ci salveremo.

Far capire che questa impostazione cinica, difensiva e disperata è prima di tutto perdente per il paese e per le persone, perché ci chiude in un angolo di rancore e paura e mancanza di futuro, mi sembra molto più importante che accapigliarsi sulla capacità di Vendola di prendersi fino in fondo le sue responsabilità.

Pubblicato il 22/3/2011 alle 17.32 nella rubrica Politiche.

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