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A futura memoria, sull'IMU


Il 14 gennaio ho scritto questo articolo per iMille, che giustamente non ha trovato spazio sulla rivista poiché quasi contemporaneamente l’ottimo Matteo Rizzolli ne ha scritto uno molto più chiaro e netto sul medesimo argomento (e consiglio tutti di leggerlo). A distanza di qualche tempo, lo ripropongo qui a futura memoria. Anche perché sappiamo tutti cosa è diventato nel frattempo il patetico dibattito sulla tassazione immobiliare in Italia.

Nel giro di due giorni (8 e 9 gennaio 2013), la supposta bocciatura dell’IMU da parte dell’Europa, sparata immediatamente nelle home page dei maggiori quotidiani, inclusi quelli “di sinistra”, si è trasformata, almeno sulla stampa seria in quel che effettivamente era: una limitata e circostanziata critica alle modalità di applicazione della tassa sulla proprietà in Italia, nel contesto di una generale raccomandazione ad aumentare in modo equo le imposte sull’abitazione riducendo, nel contempo, l’imposizione sulle attività produttive. Un critica, tra l’altro, mossa in una manciata di pagine all’interno di un ponderoso e interessante rapporto sulle politiche sociali che parla anche e soprattutto di altro – ma di questo altro, ovviamente, sui giornali non vi è traccia.

Si tratta di una storia interessante per due motivi. Prima di tutto, rende ancora una volta evidente il deplorevole stato della gran parte della nostra informazione, che varia da un uso consapevolmente di parte e propagandistico dei “fatti” (trasformati a piacere), a un livello di approssimazione e frettolosità nel dare informazione davvero deprimente. Nel caso specifico, ad esempio, appena letto il titolo sparato su La Repubblica, nel giro di una ventina di minuti io stesso avevo già individuato in rete il famigerato rapporto, trovato e letto la parte incriminata, capito il significato, pur dal basso della mia approssimativa conoscenza dell’inglese, e constatato che i titoli sparati a tutta pagina erano completamente falsi. Tanto da spingermi a scrivere questo articolo.

Il secondo motivo di interesse, a mio giudizio perfino più rilevante, è che questa storia conferma ancora una volta che in Italia chi tocca il mattone muore. L’ossessione contro l’IMU e, prima di essa, contro l’ICI, sicuramente le due imposte più odiate dagli italiani tutti – forse solo il canone RAI raggiunge le stesse vette di riprovazione collettiva – è un triste esempio di come la mentalità nazionale sia viziata sia da ignoranza delle nozioni di base sulle quali dovrebbe basarsi qualsiasi sistema fiscale civile, sia da un approccio – letteralmente – immobile all’uso delle nostre risorse.

Se il primo vizio, l’ignoranza della struttura dei sistemi fiscali, può essere in qualche modo scusato, poiché non tutti sono studiosi di scienza delle finanze, il secondo è di natura culturale e strutturale, e riguarda proprio i pesi ed il valore che in Italia, a differenza di altri paesi, si usa dare alla casa e alla proprietà immobiliare, e gli effetti che ciò comporta sul dinamismo della nostra economia e della nostra società.

Come dice chiaramente lo stesso rapporto “pietra dello scandalo”, un sistema fiscale equilibrato, coerentemente all’ispirazione europea dell’economia sociale di mercato, deve essere costruito in modo da avere anche effetti redistributivi. In tale contesto, è ben noto che l’imposizione sulla proprietà è assai più efficace a fini redistributivi, rispetto all’imposizione sul reddito (o all’imposizione indiretta), perché la proprietà e più concentrata del reddito. È questa la prima buona ragione per avere un sistema di tassazione sugli immobili, la seconda – altrettanto buona – potendo trovarsi nel fatto che una simile imposta può e deve essere gestita sul territorio e, quindi, è un ottimo modo per finanziare gli enti locali [1].

Invece, il senso comune degli italiani è arrivato a dire che la proprietà della prima casa è un diritto quasi divino, visto i sacrifici che si son fatti per averla. Senza considerare che chi possiede una casa, anche una prima casa e anche ove abbia ancora un mutuo, è comunque in una posizione di privilegio rispetto a chi non la possiede (una quota di famiglie minoritaria ma, comunque, significativa e, prevedibilmente, dove si concentra la povertà). E senza considerare che il livello di tassazione sulla casa (inclusa la prima) è mediamente più elevato di quello italiano in molti paesi (anche dopo l’introduzione dell’IMU) [2]. E, infine, senza considerare che una famiglia proprietaria di una casa media in una grande città, magari in zona semicentrale, finisce per pagare un’IMU che può variare, diciamo, da 500 a 2000 euro. Mentre, nella stessa famiglia, ogni mese lo stipendio di ciascun membro viene decurtato per imposte e contributi di una cifra più o meno pari a quella richiesta annualmente per l’IMU. Ma di questo, in genere, tutti prendono atto con meno lamentele…

Ho qualche ipotesi sul motivo per il quale siamo così ipersensibili all’imposizione sulla casa di proprietà.

La prima spiegazione è di lunghissima durata. L’Italia è il paese delle cento città, dei comuni con la loro forte identità. La casa, la casa di famiglia in ciascuna città o paese, è parte molto forte di questa identità. Anche se le massicce migrazioni del dopoguerra, la totale trasformazione di molti spazi urbani hanno travolto e stravolto tutto questo, qualcosa deve essere rimasto nello spirito profondo delle persone, nel loro modo di mettersi in relazione con il luogo in cui si vive. Del resto, credo sia esperienza di molti di noi il permanere del legame forte con la casa avita, con le Radici di gucciniana memoria. E, in mancanza di queste, il ragionevole tentativo di ricostruirsi un luogo davvero proprio dovunque si viva.

La seconda spiegazione, purtroppo, è meno poetica. Ha a che fare con alcuni aspetti fondamentali della regolazione delle politiche dell’abitazione nel nostro Paese, per molti aspetti molto diversi e –ahimè – del tutto originali rispetto al resto dell’Europa.

In primo luogo, in Italia il peso ed il ruolo della rendita fondiaria è esorbitante e particolarmente difficile da scalfire. Fare soldi con l’investimento edilizio, fare soldi rendendo edificabili i terreni agricoli, a spese della collettività che deve poi garantire servizi e infrastrutture, è un elemento costante della storia dell’Italia unita. È stato vero per i grandi speculatori fin dal “sacco di Roma” di fine ottocento, è paradigmatico per l’intreccio fra speculazione e malavita come narrato in film come “Le mani sulla città”. È evidente nelle estesissime borgate abusive poi in qualche modo sanate che sono uno dei motivi della difficilissima gestione dei trasporti nella conurbazione romana. È il senso distintivo delle villettopoli padane. Grandi e piccole speculazioni, grandi lobby di costruttori e piccolo abusivismo “di necessità”, tutto concorre a difendere con le unghie e coi denti la proprietà privata fondiaria ed edile da qualsiasi invasione di campo dell’amministrazione pubblica, salvo chiederne i servizi indispensabili.

Ed infatti, tutta la storia della Repubblica è fatta di tentativi falliti di riforma urbanistica, da quella di Fiorentino Sullo con il primo centrosinistra in poi. E di una giurisprudenza che, a dispetto della chiarezza esemplare dell’articolo 41 della Costituzione, mette sistematicamente i bastoni tra le ruote a chi tenti di gestire il territorio per la collettività e contro la rendita.

In secondo luogo, se la speculazione edilizia è prima di tutto volta a massimizzare la rendita, e se i poteri pubblici non sono in grado di garantire in qualche modo l’abitazione alle fasce sociali più deboli [3], la quota di reddito delle famiglie che dovrà essere in un modo o nell’altro (in acquisto o in affitto) “immobilizzata” nella casa tende a salire. Con vantaggio dei proprietari, ma rendendo difficile e teso il mercato degli affitti. La soluzione trovata dal legislatore fu, come si ricorderà, l’invenzione dell’equo canone: con il senno di poi, una delle idee più sbagliate della tendenza italiana alla regolazione pubblica dei mercati, alla determinazione di prezzi amministrati, alla chiusura al mercato e alla concorrenza. Per perseguire buonissime e lodevoli intenzioni (dare la casa a inquilini – controparte debole – a prezzo equo), si è ottenuto l’esito contrario: le case “private” sono sparite dalla circolazione, almeno dalla circolazione del mercato legale. Quelle pubbliche, ossia il patrimonio degli Enti previdenziali e simili, hanno finito per dare redditi perfino troppo bassi (rendendo tra l’altro apparentemente credibili, in anni recenti, operazioni di svendita altrettanto folli) e per costituire un mercato del “piccolo privilegio” per gli inquilini che avevano la fortuna di accedervi. E, quel che più conta, si è incentivata da un lato la scelta di acquistare la casa in proprietà “a tutti i costi” e, dall’altro, si è reso infinitamente più difficile spostarsi.

L’equo canone non c’è più, anche se il mercato dei fitti continua ad essere regolato in modo piuttosto farraginoso e complesso. Ma il combinato disposto di una rendita terriera troppo protetta e libera di fare ciò che vuole, e di un mercato immobiliare e degli affitti al contrario troppo regolamentato, hanno prodotto effetti di lungo periodo. In Italia non abbiamo avuto la rapida “bolla immobiliare” che ha fatto crescere e poi stroncato l’economia spagnola negli anni recenti. Ma abbiamo avuto un lungo processo di sviluppo perennemente troppo orientato sugli immobili, che ha comportato tra l’altro:

· nel lungo periodo, la progressiva distruzione del nostro paesaggio via cementificazione diffusa;

· in anni più recenti, di fronte all’emergere al consolidarsi del dualismo nel mercato del lavoro, l’aumento di uno specifico fenomeno di ingiustizia generazionale, vista la crescente difficoltà per le giovani generazioni precarie ad accedere a mutui sempre più onerosi. Altra concausa della decrescita dei tassi di natalità che, se ci si pensa bene, sono forse il motivo più profondo del blocco della crescita italiana.

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Torno all’insofferenza verso l’IMU. Ciò che sento dire dalla gente, dalla classica fila alla posta ai social network agli ambienti di lavoro, mi conferma nel fatto che sarà difficile nel breve periodo cambiare il pregiudizio quasi totale degli italiani verso la tassazione sulla casa. Ovviamente, non sto dicendo che qualcuno possa amare le tasse. Il mio è un discorso relativo: l’insofferenza verso l’IMU sarebbe molto più ben spesa, eventualmente, verso altri tipi di tassazione, e segnala come ho già detto una sorta di arretratezza culturale e di immobilismo mentale.

Proprio per questo, però, mi sembra che un approccio riformista alla questione dovrebbe smetterla di ricorrere la destra, e in particolare il suo campione Berlusconi, sul terreno del livello della tassazione sulla casa, dell’esenzione più o meno estesa della prima casa, e via dicendo. Come dovremmo aver ormai ben imparato, nel campo della demagogia anti-tasse, la destra nostrana è imbattibile. A proporre riduzioni o abolizioni di tasse l’originale è sempre meglio della copia.

Ciò che piuttosto sarebbe ragionevole fare è provare a dettare una nuova agenda nella discussione pubblica sulla casa. Invece di parlare ossessivamente solo dell’IMU, e farsi trascinare su quel terreno, sarebbe molto più serio ragionare sull’intera politica dell’abitazione in Italia. E proporre alcune misure concrete per facilitare l’accesso alla casa da parte delle famiglie giovani, assieme a idee di più lungo periodo – queste si, riforme strutturali – come una buona legge sul regime dei suoli che consenta ai comuni di gestire davvero il territorio senza dover “vendere” oneri di urbanizzazione in cambio della cementificazione selvaggia; o come la realizzazione di un regime fiscale e di una politica abitativa che complessivamente tenda a ridurre, progressivamente e senza strappi, le rendite e quindi il peso della ricchezza immobiliare, al fine di liberare risorse verso usi più produttivi, capaci di generare reddito e crescita.



[1] A essere precisi, possono porsi problemi da questo punto di vista per la tassazione delle seconde case “di vacanza” e per gli effetti del pendolarismo. Ma ovviamente si tratta di questioni di policy risolvibili e che, comunque, esulano dal tema di questo articolo.

[2] Un’analisi esauriente dell’IMU e anche dei suoi difetti si trova qui. Sebbene studi di parte dei costruttori tentino di dimostrare il contrario, i dati Eurostat e Ocse, citati nello studio della UE, mostrano un livello generale di tassazione sulla casa in Italia inferiore che nei paesi maggiori. Segnalo in particolare la chart 23 a pagina 264 dello studio, da cui sembrerebbe che nei fatti in Italia – fra deduzioni degli interessi sui mutui ecc. – la proprietà della casa è sussidiata, non tassata. Anche questo studio della Banca d’Italia conferma che l’imposizione italiana sulla proprietà non era affatto elevata come si dice e che, quindi, il parziale riequilibrio ottenuto con l’IMU non dovrebbe destare scandalo.

[3] Anche questa dell’edilizia popolare è una storia che andrebbe raccontata. L’urbanistica riformista degli anni ’70, ad esempio a Bologna con Cervellati o a Roma con il sindaco Petroselli, ha ottenuto grandi ma localizzati risultati. Ma l’esito complessivo delle politiche per la casa in Italia è sicuramente sconfortante.

Pubblicato il 6/2/2013 alle 15.13 nella rubrica Educazione civica.

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