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Appello


Quello che segue è un accorato appello ad andare a votare alle “primarie” del Partito Democratico domenica 8 dicembre, e a votare per Matteo Renzi.

Vorrei provare a convincere chi avrà la cortesia di leggere queste note che questa occasione, davvero, non va sprecata perché rischia di essere l’ultima chiamata per invertire la ventennale tendenza al declino del nostro Paese.

Non certo perché Renzi sia un taumaturgo e abbia in tasca le soluzioni perfette per il futuro, e non certo perché io creda che non sia anche pieno di difetti.

Ma perché siamo di fronte a punto di svolta nel quale i possibili scenari sono uno più preoccupante dell’altro, e solo una grandissima affermazione di Matteo Renzi in primarie partecipate da milioni di cittadini, avrebbe la possibilità di cambiare, verso una speranza di rinnovamento.

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Comincio dalla politica, per poi dire qualcosa sul governo.

Da una parte abbiamo la manovra di Berlusconi che si appresta a costruire un fronte comune acchiappa consensi, grazie al dividi ed impera garantito dall’utile Nuovo Centro Destra di Alfano, dai diversi cespugli di destra e dalla Lega (su questo punto, questo articolo dice tutto).

Poi, abbiamo la triste storia di Scelta Civica, divisa in una parte già pronta ad aggregarsi nuovamente a Berlusconi e un’altra destinata, come avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio, alla totale irrilevanza politica. La stessa irrilevanza di tutti i supposti riformatori liberali che pretendono di abolire la necessità di una sinistra riformista.

Ancora, abbiamo un altro triste gruppo di irrilevanti della politica: quelli che di volta in volta, in nome di un vecchio radicalismo immaginario, si affidano all’Ingroia o al Di Pietro di turno, o si accontentano della testimonianza nell’ultra sinistra del bel tempo che fu.

Infine, naturalmente, il Movimento 5 stelle di Grillo & Casaleggio, ossia la pura protesta, il grido di dolore di rabbia e di impotenza del Paese. Che, se lo sommi alla marea montante dei non votanti, rappresenta forse una maggioranza dei cittadini.

Il Partito Democratico in questo quadro resta l’unica forza che ha qualche possibilità, capacità e competenza per guidare il Paese fuori dal suo declino. Ma anche il partito democratico è molte cose assieme:

· Un ostinato e forse nobile tentativo di ritornare al passato, di ricostruire il partito del popolo della sinistra, di combattere per la via classica del socialismo d’annata i mali della globalizzazione. È la prospettiva di Gianni Cuperlo e, per molti versi, è diventata anche la prospettiva di Pippo Civati che, in più, ci aggiunge un tocco di moralismo (contro i 101 traditori di Prodi) e un pizzico di movimentismo. Due sguardi rivolti al passato.

· Un insieme di piccoli poteri e cordate di militanti, amministratori, eletti ai vari livelli, interessati più a muovere le tessere o a gestire i posti di comando che a immaginare le politiche utili al Paese. Si badi, spesso si tratta di gente fondamentalmente onesta, che magari amministra anche bene, ma che ha perso il senso della misura e della realtà, e vive di potere. Uno sguardo schiacciato sul presente.

· Una proposta – quella di Matteo Renzi – di radicale riforma e rinascita dell’Italia. Una proposta magari solo abbozzata, ma di cui emergono chiari i lineamenti di vera e radicale sinistra riformista: un’Europa delle persone prima che dei popoli, sintetizzata nell’idea forza del servizio civile europeo (una cosa serissima, non un fiore all’occhiello); la liberazione dalle corporazioni, dagli interessi costituiti dei poteri forti, dai conservatorismi di destra e di sinistra; la riforma radicale dello stato e del suo modo di funzionare; l’idea di un welfare basato su una vasta rete di servizi concreti e non tanto su spesso iniqui trasferimenti monetari; un netto riequilibrio della spesa statale fra le generazioni (valga questo grafico per zittire tutti quelli che continuano a difendere l’indifendibile dei diritti acquisiti di certi pensionati); il disegno di un Paese che investa con fiducia sui giovani, sulla cultura, sull’istruzione, sulle sue bellezze ambientali e sulla speranza. Uno sguardo aperto al futuro.

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Nel frattempo, il governo blindato dall’ossessione per la stabilità, blinda di seguito Alfano e Cancellieri (e sacrifica Josefa Idem ma, si sa, anche fra i ministri ci sono quelli più uguali degli altri), e galleggia rassicurando mercati e l’austero consenso europeo. Realizza una manovra economica regressiva (abolizione dell’IMU e aumento dell’IVA questo sono), avvia qua e là timide riforme (per fortuna ci sono Marco Rossi Doria e Maria Chiara Carrozza, e infatti almeno nell’Istruzione qualcosa si vede) ma, essenzialmente, assicura il passare del tempo e l’immobilismo necessario a fare in modo che il declino prosegua in forma più lieve, e che i poteri costituiti e le corporazioni possano continuare a galleggiare nella consueta melma di sempre.

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Da questa situazione se ne può uscire in molti modi. Escludendo una totale vittoria di Grillo alle prossime elezioni, ed escludendo pure che Cuperlo vinca le primarie, gli esiti negativi più probabili sono due:

· il primo, è che la coalizione di centro destra, in modo indiretto ancora a guida Berlusconi, con dentro tutti da Casini ad Alfano a Maroni fino a Storace, riesca nell’impresa. Avremmo consegnato il Paese non solo al malaffare, ma anche all’ennesimo immobilismo – forse cosa ancora più pericolosa perché immobilismo oggi coincide con declino.

· Il secondo, è che Renzi divenga un segretario del PD indebolito dal lavoro ai fianchi dei piccoli poteri e delle cordate di cui parlavo prima e dalla durata eccessiva e senza costrutto del governo, mantenuto in vita dall’insieme dei vincoli, dall’incapacità di fare le famose riforme istituzionali in Parlamento, dall’ostinazione comprensibile ma alla fine controproducente di Napolitano. E che quindi magari riesca prima o poi a vincere le elezioni, ma in un quadro ormai privo di spinta propulsiva, incapace di incidere radicalmente sul corpaccione dell’Italia immobile.

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Perché né l’uno né l’altro di questi due disgraziati scenari si realizzi, una condizione è essenziale: che Matteo Renzi vinca le primarie con moltissimo vantaggio, per avere un mandato pieno e indiscutibile. E soprattutto che gli elettori che si recheranno ai seggi domenica 8 dicembre siano davvero molti, non meno ma possibilmente di più dell’ultima volta, per dare a Renzi la forza di smontare quelle cordate. Di rivoluzionare struttura e vita interna del PD e, subito dopo, di incidere davvero sul governo.

Per questo, per tutto questo, andare a votare per Matteo Renzi alle primarie è un atto fondamentale per dare una speranza a questo Paese. E, in subordine, se proprio continuate a nutrire irragionevoli dubbi sulla sua proposta politica, andare comunque a votare alle primarie è comunque importante, perché aiuta il Partito Democratico ad avere la forza che oggi non ha e a liberarsi delle brutture che oggi lo percorrono.

PS: e a tutti quelli che nutrono irragionevoli dubbi consiglio la lettura di questa bellissima intervista di Giovanni Di Lorenzo, il direttore di Die Zeit. Un piccolo assaggio:

“I politici devono sapere che non sono in missione per conto di Dio. Che sono persone normali, come tutti, e a un certo punto devono anche lasciare. E quando ci stanno devono dare il massimo, perché ci butti il cuore, perché l’Italia ne ha bisogno, perché tu vuoi bene a questo Paese, a questa città, alla comunità che rappresenti. Invece ci sono politici che dicono: “Lo facciamo perché è un servizio…”. Ma dite la verità, per favore! Dite che è bello, che è entusiasmante, che è appassionante. Quando non è più bello, andate a fare un’altra cosa”.


Pubblicato il 20/11/2013 alle 22.10 nella rubrica Politiche.

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