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La trappola del declino

Leggere questo articolo di Laurent Joffrin su Le Nouvel Observateur è davvero istruttivo per noi italiani e per tutti i teorici pelosi del declino:

La France est-elle en déclin ? En panne ? En crise ? En recul ? En danger ? En désarroi ? Le choix des mots n'a pas d'importance: ils sont tous vrais. De quelque côté que l'on se tourne, on voit bien que notre pays va mal. On le conteste parfois parce qu'un faux débat obscurcit la conscience publique : le débat sur le déclin. La droite en parle parce qu'elle regrette un âge d'or de légende. Ou alors parce qu'elle cherche un prétexte à toutes sortes de sacrifices sociaux. Le « déclinisme » est un mélange de masochisme national et de calcul politique : persuadons les Français que tout va mal, alors, ils avaleront la potion amère du libéralisme ! Créons une ambiance de désastre national : un modèle nouveau s'imposera. Il y a dans ce discours obsédant, il faut bien le dire, quelque chose de la manière vichyste. L'esprit de jouissance (les 35 heures, les subventions sans fin et l'Etat-providence omniprésent) aurait remplacé l'esprit de sacrifice. Alors, à l'instar du Maréchal, on dénonce « les mensonges qui nous ont fait tant de mal ». On proclame que l'argent, lui, ne ment pas. On appelle les salariés jouisseurs à l'effort et à la pénitence. Le déclin : c'est la divine surprise des libéraux... Alors, pour bloquer l'excès libéral, certains antilibéraux nient le diagnostic. Ils remarquent que la productivité française n'est pas mauvaise ou encore que notre pays attire toujours autant d'entreprises étrangères, preuve qu'il n'a pas perdu sa compétitivité. Pour éviter le remède, ceux-là nient la maladie.
Joffrin parla della Francia, e dopo questo attacco assai efficace, ammette l'esistenza di corposi fattori di declino (accanto a persistenti atout positivi, molto più numerosi ahimè in Francia che da noi...). Ma ha svelato il sottofondo ideologico dei declinisti di destra (qui da noi rari) e di quelli di sinistra (qui da noi legione). E fa quindi un'operazione del tutto analoga a quella di Luca De Biase: suggerire alla sinistra che non è continuando a fare le cassandre che si ottiene consenso, né che si producono idee reali e praticabili per uscire dal declino.
La ricetta di Joffrin è peraltro un po' più tradizionale (mischiare un po' di socialdemocrazia svedese, un po' di Blair e ciò che c'è di meglio nella tradizione statale francese), mentre Luca mi sembra che individui un percorso più promettente: il declino c'è ed è pieno se lo si misura solo o prevalentemente in termini puramente economici. Invece, bisognerebbe prima di tutto cambiare il criterio di misuraizone, includere tutti i fattori dello sviluppo umano, il valore effettivo dei beni pubblici non monetizzabili. E, per questa via, progettare una politica che punti, più che a invertire il declino economico, a fermare il declino sociale - se e nella misura in cui c'è. In una simile prospettiva, ad esempio, un punto in meno di crescita del PIL può essere scambiato con una riduzione delle differenze di reddito fra le famiglie; un punto in meno di crescita del PIL può essere scambiato con una migliore qualità ambientale.
Dove lo scambio non necessariamente e non sempre è un trade off (come negli esempi fatti qui sopra), ma può essere anche un gioco a guadagno positivo (qualità ambientale implica ricerca e produzione, produce turismo, ....).

 

Pubblicato il 11/10/2005 alle 14.1 nella rubrica Europa.

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